SCRIPTPHOTOGRAPHY

Jane Evelyn ATWOOD               (USA) 

JANE EVELYN ATWOOD

 

Fate una prova: tenete gli occhi chiusi per qualche minuto, forse un’ora. Siete al buio, intorno a voi c’è il nulla, nessuno spiraglio che vi suggerisca dove siete e da cosa siete circondati. Siete avvolti da un plumbeo colore che colore non è. Potete vivere qualche esperienza di simulazione ma non vedere è cosa assai diversa dall’essere ciechi. Vorrei che guardaste queste foto con grande attenzione, senza un solo briciolo di commiserazione, freddamente, lucidamente perché comprendiate come l’assenza della vista moltiplichi il bisogno di un linguaggio corporeo, gesti tattili che trovano la loro grazia nei momenti di sofferenza e di isolamento. Tutto è spogliato da quel tanto di superfluo, frutto di convenzioni che hanno la forza di trasportare la nostra attenzione alla deriva, perché si arrivi al centro esatto dell’essenziale. Un mondo immaginato, nel quale non si conosce il colore livido di un’alba né di un tumultuoso tramonto; dove non si conoscono le fattezze di chi ci ama ma del quale riconosciamo lo sfiorare della sua mano nella guancia nel gesto che conosciamo come carezza. Un mondo con cui scendere a patti, fin dalla nascita. Eppure sono certo che se ognuno dei ragazzi ciechi fotografati da Jane Evelyn Atwood riacquistasse la vista correrebbe a guardare il passaggio delle nuvole fino allo stordimento. Anni Settanta. Jane Evelyn Atwood vive in Francia. Qui si accorge di qualcosa che la incuriosisce e insieme la sgomenta. Ha detto lei stessa: “Sono stata colpita, lungo le strade di Parigi, da come le persone normali guardassero i ciechi con condiscendenza, pietà, orrore e persino paura. Ho anche notato come quasi tutti parlassero ai ciechi con disprezzo, come fossero idioti; oppure non parlano affatto con loro, come se essere ciechi li rendesse invisibili”. Comincia così un progetto che a partire da un Istituto parigino per ciechi (École Nationale des Jeunes Aveugles) si allargherà fino a esplorare analoghi centri in Israele, Giappone, Australia e Stati Uniti. Tutto confluirà in “The Blind”, un titolo secco, lontano da ogni retorica e con cui nel 1980 si aggiudicherà il prestigioso W. Eugene Smith Award. C’è subito un dilemma professionale che sta dentro l’imbarazzo di sentire un disagio voyeuristico, quasi l’innaturale sensazione di vivere, a causa della completezza sensoriale, come una specie di supremazia. La crisi, come si scorge nelle immagini, è superata. Le fotografie in posa sono pochissime – se si eccettuano quelle delle gemelle (che a me ricorda molto una foto di Mary Ellen Mark) e qualche altra di irrinunciabile bellezza e stordimento – le altre sono scattate in quella invisibilità che proviene dal profondo rispetto per i soggetti che si ha davanti. Eppure, come se il rispetto non fosse mai abbastanza, Atwood ha sempre annunciato la sua presenza, sebbene i bambini rilevassero la sua presenza pur non sapendo quando la macchina fotografica è puntata verso di loro. “The Blind” è un compendio sensoriale (la fotografia del ragazzo alla finestra che inclina il capo per lasciarsi accarezzare dai raggi del sole è struggente e assai più poetica di ogni verso mai scritto), un Atlante della corporeità, di una disabilità promossa al grado d’una espressione assente presso i vedenti. E dunque nella fotografia di un gruppo di bambini intorno a un gatto imbalsamato vogliamo vedere l’esaltazione dell’essenziale: essi accarezzano con cautela e passione quel corpicino inanimato che non possono vedere ma che riconoscono ugualmente come oggetto destinatario d’affetto. Osservando “The Blind” ci accorgiamo di qualcosa di particolare, di un dettaglio che ha la forza – qualora ve ne fosse bisogno – di scardinare il pregiudizio secondo il quale i ciechi sarebbero tristi; pensosi, al pari di ogni altro essere umano, ma anche portatori di un’allegria che il buio non sa cancellare. Così come è incancellabile il loro sguardo, la luce immobile che proviene dai loro occhi; e che ci interroga, ci appassiona e ci commuove. “The Blind” è un lavoro fortemente empatico: accosta, avvicina e ci introduce nel mondo della diversità, nella freddezza di un’oscurità che adesso, grazie al lavoro di Atwood, ha un suo calore, una sua luce. Brillante.

 

Giuseppe Cicozzetti

da “The Blind”

 

foto Jane Evelyn Atwood

 

https://www.janeevelynatwood.com

Take a test: keep your eyes closed for a few minutes, maybe an hour. You are in the dark, there’s nothing around you, no glimmer that suggests where you are and what you are surrounded by. You are wrapped in a leaden color that color is not. You can live some simulation experience but not seeing is very different from being blind.

I would like you to look at these photos with great care, without a single bit of pity, coldly, lucidly to understand how the absence of sight multiplies the need for body language, tactile gestures that find their grace in moments of suffering and isolation. Everything is stripped of what is so superfluous, the result of conventions that have the strength to carry our attention to the drift, so that we get to the exact center of the essential.

An imagined world, in which the livid color of a dawn or a tumultuous sunset is not known; where we don’t know the features of those who love us but of which we recognize the touch of his hand in the cheek in the gesture that we know as caress. A world with which to come to terms, since birth. Yet I am sure that if each of the blind boys photographed by Jane Evelyn Atwood regains his sight, he would run to watch the passage of the clouds to the point of daze. Seventies.

Jane Evelyn Atwood lives in France. Here she notices something that intrigues her and makes her apprehensive. She herself said: "I was struck, along the streets of Paris, by how ordinary people looked at the blind with condescension, pity, horror and even fear. I also noticed how almost everyone spoke to the blind with disdain, as if they were idiots; or they do not speak with them at all, as if being blind make them invisible ".

So begins a project that, starting from a Parisian Institute for the Blind (École Nationale des Jeunes Aveugles), will expand to explore similar centers in Israel, Japan, Australia and the United States. Everything will merge in "The Blind", a dry title, far from any rhetoric and with which in 1980 it will win the prestigious W. Eugene Smith Award.

 

There is immediately a professional dilemma that lies within the embarrassment of feeling a voyeuristic discomfort, almost the unnatural sensation of living, because of the sensorial completeness, as a kind of supremacy. The crisis, as seen in the images, is outdated. The photographs are very few pose - except for those of the twins (which reminds me a lot of a picture of Mary Ellen Mark) and some other of unmissable beauty and stunning - the others are taken in that invisibility that comes from the deep respect for the subjects that is in front of you.

Yet, as if respect was never enough, Atwood has always announced her presence, although the children detected his presence even if they did not know when the camera is pointed at them. "The Blind" is a sensorial compendium (the photograph of the boy at the window that tilts his head to let himself be caressed by the sun's rays is poignant and far more poetic than any verse ever written), an Atlas of corporeity, a disability promoted to the level of an expression absent from the people who see.

So in the photograph of a group of children around an embalmed cat we want to see the exaltation of the essential: they caress with caution and passion that inanimate body that they can not see but that recognize equally as a recipient object of affection. Observing "The Blind" we notice something special, a detail that has the strength - if any were needed - to undermine the prejudice according to which the blind would be sad; thoughtful, like any other human being, but also bearers of a joy that darkness can not erase. Just as their gaze is indelible, the motionless light that comes from their eyes; and that questions us, excites us and moves us. "The Blind" is a highly empathic work: it approaches, brings us closer and introduces us into the world of diversity, in the coldness of a darkness that now, thanks to Atwood's work, has its own warmth, its own light. A brilliant light.

from “The Blind”

ph. Jane Evelyn Atwood

https://www.janeevelynatwood.com

© 2014 - 2020 fototeca siracusana

largo empedocle,9 96100 - siracusa (Italy) -  CF 93087090895

  • Instagram - Bianco Circle
  • Pinterest - Bianco Circle
  • Facebook Clean