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Evgenia ARBUGAEVA                (Russia) 

EVGENIA ARBUGAEVA

Al silenzio della solitudine, nel più cupo silenzio di un’esistenza solitaria, il battito del cuore è l’unico suono che tiene compagnia. E può essere assordante come un tamburo. Si dirà che si è soli anche se si è in compagnia – è c’è del vero – ma questa è letteratura, materia su cui imbastire un diverso intreccio narrativo. Poi c’è la solitudine dell’isolamento, la scelta cioè di vivere e svolgere il proprio lavoro in uno dei posti più inospitali e ostili al mondo e nel quale recandosi l’uomo accetta la sfida di convivere con se stesso, spingendosi sino al limite di una spoliazione del proprio essere. 
Vyacheslav Korotki, un meteorologo russo che lavora in completa solitudine in una base su una penisola sul Mar di Barents, è tra questi “temerari dell’essere”. La sua scelta merita un racconto, deve aver pensato la giovane fotografa siberiana Evgenia Arbugaeva, e una volta contattato Korotki decide di trasferirsi nella base per raccontare la vita di un eremita del nostro tempo. Due settimane di lavoro, e poi ognuno alla propria vita. Di più non poteva sopportare, sebbene anche lei conoscesse le ingiurie di un clima estremo. 
Nell’Artico c’è una luce che sa di oscura trasparenza, il sole recalcitra e non cede alle lusinghe della notte: tutto è rarefatto, morbido, avvolto da un mistero cui siamo chiamati alla convivenza anziché alla sua rivelazione; e in questo ottundimento i sensi dell’uomo trasmigrano nell’area della riflessione.
La luce è il solo strumento che interessi il lavoro di Evgenia Arbugaeva. Nelle sue immagini non vogliamo cogliere altro. Non vogliamo cogliere – al netto della curiosità iniziale – un interesse per la scelta di Korotki: questa è materia per altre discipline, non per la fotografia e la luce artica è un’ottima ragione per ingaggiare la sfida della sua “traduzione”. Tuttavia ogni immagine ci interroga – questo è proprio della fotografia –, ci induce a chiederci quali siano i pensieri di un uomo solo con se stesso, di quali sentimenti sia attraversato, di come e cosa sono fatti i suoi giorni. In questo, lo stordimento procurato dalle immagini della Arbugaeva è notevole. A ogni foto avvertiamo il freddo gelo giungere ai nostri volti, l’assordante silenzio di un mondo nudo cui la sola voce è affidata al mugghiare di un vento nemico e, infine, la restituzione di una malinconia di cui gli occhi e lo sguardo di Korotki sono specchi rivelatori. Un racconto, si è detto; un racconto nel quale ogni elemento descrittivo è al suo posto, chiamato a recitare la sua parte nell’ordito di una narrazione intima, personale, e nelle cui immagini gli strumenti tecnici ci rimandano a un pionierismo vivido e romantico. Non meno giunge a noi, e intatta, la ricerca di un dialogo quasi salvifico, necessario, come a ricordare che l’uomo è animale di relazioni e che vediamo nel tenero dialogo del meteorologo con l’uccellino in gabbia (splendida metafora di una cattività in cui sono solo gli spazi a fare la differenza tra i due). C’è dunque nel lavoro di Evgenia Arbugaeva un respiro rispettoso, delicato, lo stesso afflato di chi cerca di narrare una storia con discrezione, quasi in punta di piedi. Poi, terminato il lavoro, resta la complicità di una convivenza estrema e un saluto franco: Korotki tornerà alle sue misurazioni, lei, Evgenia, dovrà stampare le sue fotografie perché noi possiamo goderne.

 

Giuseppe Cicozzetti

 

 

da “The weather man”

foto Evgenia Arbugaeva

 

http://www.evgeniaarbugaeva.com/

In the silence of solitude, in the darkest silence of a solitary existence, the heartbeat is the only sound that keeps company. And it can be as deafening as a drum. It will be said that one is alone even if one is in company - there is some truth - but this is literature, a subject on which to set up a different narrative intertwining. Then there is the solitude of isolation, the choice of living and doing one's work in one of the most inhospitable and hostile places in the world, and in which the man accepts the challenge of living with himself, pushing himself to the limit of a dispossession of one's being.

Vyacheslav Korotki, a Russian meteorologist working in complete solitude on a peninsula on the Barents Sea, is among these "daring of being". His choice deserves a story, must have thought the young Siberian photographer Evgenia Arbugaeva, and once contacted Korotki decides to move to the base to tell the life of a hermit of our time. Two weeks of work, and then each one to his own life. More he could not bear, although she also knew the injuries of an extreme climate.

In the Arctic there’s a light that shines an obscure transparency, the sun recalcitrates and does not yield to the flattery of the night: everything is rarefied, soft, enveloped in a mystery to which we are called to cohabitation rather than to its revelation; and in this dullness the human senses transmigrate into the area of reflection.

Light is the only tool that interests the work of Evgenia Arbugaeva. In her images we don’t want to take anything else. We don’t want to grasp - avoid of initial curiosity - an interest in the choice of Korotki: this is a matter for other disciplines, not for photography and Arctic light is an excellent reason to engage the challenge of its "translation". However, every image questions us - this is precisely in photography -, it leads us to wonder what the thoughts of a man alone with himself, of what feelings is crossed, of how and what their days are made of.

In this, the stunningness brought by the images of the Arbugaeva is remarkable. At each photo we feel the cold frost reach our faces, the deafening silence of a naked world whose only voice is entrusted to the roar of an enemy wind and, finally, the return of a melancholy of which the eyes and the gaze of Korotki they are revealing mirrors. A story, has been said; a story in which each descriptive element is in its place, called to play its part in the bewilderment of an intimate, personal narrative, and in whose images the technical instruments refer us to a vivid and romantic pioneering.

No less comes to us, and intact, the search for an almost salvific dialogue, necessary, as if to remember that man is an animal of relationships and we see in the tender dialogue of the meteorologist with the bird in a cage (splendid metaphor of a captivity where only the spaces make the difference between the two). There is therefore in the work of Evgenia Arbugaeva a respectful, delicate breath, the same breath of those who try to tell a story with discretion, almost on tiptoe. Then, after the work, the complicity of an extreme cohabitation and a frank greeting remains: Korotki will return to his measurements, she, Evgenia, will have to print her photographs so that we can enjoy them.

 

Giuseppe Cicozzetti

from “The weather man”

 

ph. Evgenia Arbugaeva

 

http://www.evgeniaarbugaeva.com/

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