SCRIPTPHOTOGRAPHY

Ángel ALBARRÁN - Anna CABRERA    (Spagna) 

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ÁNGEL ALBARRÁN E ANNA CABRERA

Identità. Memoria. Tempo. Tre concetti che in fotografia ricorrono inseguendosi: si sfiorano, si toccano, si divincolano, altre volte invece si adunano e si fermano a dialogare. In questo particolare armistizio noi non possiamo che ascoltare le loro voci; così, seduti sul crinale delle nostre incertezze, comprendiamo la nostra fragilità. L’identità ci bracca, la memoria ci ricorda chi siamo stati, il tempo ci sovrasta. L’intera produzione della coppia di fotografi catalani Ángel Albarrán e Anna Cabrera ruota intorno questi tre temi e la loro relazione con l’esperienza umana. La serie “The Mouth of Krishna”, impegnata a risolvere tematiche universali a partire da un dettaglio, posto che un dettaglio non sia per questo una parte di quel Tutto che si completa nell’unione “degli infiniti dettagli senza i quali nessuna forma, nessun orizzonte potrebbe dirsi finito” (W. Blake). La visione delle fotografie rimanda a un ordine filologico, tipico di una certa cultura orientale, e dunque “tradotte” visivamente perché si creino suggestioni attinenti al tema. L’eleganza delle immagini suggerisce l’esistenza di un Tempo immemore, sempre uguale, in cui il concetto di futuro è sconfitto da un eterno presente (ma non è poi questo l’obiettivo di ogni fotografia?). “Kairos”, il momento opportuno, sembra confutare l’esistenza d’un tempo nel quale ogni cosa è allineata. Così, ribaltando l’assunto dell’unicità del momento sconfigge l’idea stessa dell’irripetibilità. Il “futuro non esiste”, è stato detto da illustri filosofi. Chissà. Certo è che quando il futuro arriva – così come lo attendiamo, così soverchiamente carico di aspettative – è già presente; mentre il presente è già diventato passato. Tutto scorre, inevitabilmente. Tutto è sempre uguale a prima. Lo sa bene l’onda del mare, che si agita su di sé prima che arrivi a infrangersi sulla costa per liberarsi finalmente dalle sue catene. Chi siamo noi e di cosa parliamo quando parliamo di identità? Siamo davvero quello che crediamo di essere o siamo un’ombra che proietta ombre di ombre? Certo è che ognuno di noi è stretto tra il segreto della vera identità e l’ambigua, scivolosa menzogna di chi vorremmo essere. Ma c’è qualcosa che non possiamo nascondere: il nostro volto. Esso parla per noi più di mille altre cose delegate a comunicare. E ci inchioda. Non è forse a una foto che si guarda per stabilire la nostra vera identità? E non è sempre una foto su una lapide che ci dice chi è sepolto? Il ritratto è un’esperienza così comune a tutti noi che il suo senso sembra essere evaporato. In “This is you here” Ángel Albarrán e Anna Cabrera esplorano questo tema. Con qualche dettaglio interessante, un particolare che irrobustisce il ritratto con delle connotazioni concettuali. I volti, come vedete, non si vedono, sono apparentemente celati da ombre, controluce, quando addirittura il soggetto non è ripreso di spalle. L’intenzione è chiara: poiché, come si è detto, il ritratto è qualcosa che ci appartiene (ne sono pieni i nostri portafogli tra carta d’identità, patente di guida, badge e altro) esso è l’esempio perfetto di un’identità portatile. Ma è da questa esperienza comune che nascono le “cancellazioni”, perché Ángel Albarrán e Anna Cabrera ci dicono che i soggetti nelle loro fotografie potremmo essere noi stessi. Noi accettiamo la sfida e ne condividiamo l’assunto. Identità. Memoria. Tempo. Tutto è fluido, tutto è interconnesso e noi non siamo che creature in un gioco più grande di noi. Perpetuamente.

Giuseppe Cicozzetti

da “The Mouth of Krishna”; “Kairos”; “This is you here”

foto di Ángel Albarrán e Anna Cabrera

https://albarrancabrera.com/

Identity. Memory. Time. Three concepts that in photography recur chasing each other: they brush, touch, wriggle, other times they gather and stop to talk. In this particular armistice we cannot but listen to their voices; thus, sitting on the edge of our uncertainties, we understand our fragility. Identity hunts us, memory reminds us of who we were, time dominates us. The entire production of the Catalan photographer couple Ángel Albarrán and Anna Cabrera revolves around these three themes and their relationship with human experience. The series "The Mouth of Krishna", committed to solving universal themes starting from a detail, provided that a detail is not therefore a part of that Whole that is completed in the union "of the infinite details without which no form, no horizon could be called finite” (W. Blake). The vision of the photographs refers to a philological order, typical of a certain oriental culture, and therefore “translated” visually in order to create suggestions relating to the theme. The elegance of the images suggests the existence of an immemorial time, always the same, in which the concept of the future is defeated by an eternal present (but isn't this the goal of every photograph?). "Kairos", the right moment, seems to refute the existence of a time in which everything is aligned. Thus, overturning the assumption of the uniqueness of the moment, it defeats the very idea of unrepeatability. The "future does not exist", it has been said by illustrious philosophers. Maybe. What is certain is that when the future arrives - as we await it, so overwhelmingly full of expectations - it is already present; while the present has already become the past. Everything flows, inevitably. Everything is always the same as before. The wave of the sea is well aware of this, as it moves upon itself before it crashes on the coast to finally free itself from its chains. Who are we and what are we talking about when we talk about identity? Are we really what we believe we are or are we a shadow that casts shadows of shadows? What is certain is that each of us is caught between the secret of true identity and the ambiguous, slippery lie of who we would like to be. But there is something we cannot hide: our face. It speaks for us more than a thousand other things delegated to communicate. And it nails us. Isn't it a photo that we look at to establish our true identity? And isn't it always a photo on a tombstone that tells us who is buried? The portrait is an experience so common to all of us that its meaning seems to have evaporated. In “This is you here” Ángel Albarrán and Anna Cabrera explore this theme. With some interesting details, a detail that strengthens the portrait with conceptual connotations. The faces, as you can see, are not seen, they are apparently hidden by shadows, against the light, even when the subject is not shot from behind. The intention is clear: since, as we have said, the portrait is something that belongs to us (our wallets are full of them including identity cards, driving licenses, badges and more) it is the perfect example of a portable identity. But it is from this common experience that the “cancellations” arise, because Ángel Albarrán and Anna Cabrera tell us that the subjects in their photographs could be ourselves. We accept the challenge and share its assumption. Identity. Memory. Time. Everything is fluid, everything is interconnected, and we are but creatures in a game bigger than us. Perpetually.

Giuseppe Cicozzetti

from “The Mouth of Krishna”; “Kairos”; “This is you here”

ph. Ángel Albarrán e Anna Cabrera

https://albarrancabrera.com/

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