SCRIPTPHOTOGRAPHY

Ronin DE GOEDE                                                                 (Olanda)

RONIN DE GOEDE

Spira un vento freddo, tutto intorno e dentro. Ne siamo attraversati. Siamo piegati dinanzi l’inconosciuto, al limitare della nostra identità; dopo, un passo più in là, ci sono le tenebre. Chi non sa di essere è esposto al tormento, aggredito da una febbre indicibile e solitaria. C’è in atto una tempesta nelle fotografie dell’olandese Ronin De Goede. Noi la sentiamo. E ne abbiamo paura. Luci e ombre. Nulla ci rassicura se non la consapevolezza che la discesa agli inferi dovrà terminare. Immagini, doppie identità che competono tra esse e sfocature che non tranquillizzano. E spesso declinato in visioni notturne a cui ci ha abituati la ruvida poetica della fotografia giapponese. C’è ricerca nel lavoro di Ronin De Goede. La ricerca sta dentro il linguaggio con cui ci invita a “leggere” il malessere di figure femminili che lottano per l’affermazione. Figure prese nella lotta contro l’oscurità e dalla quale intendono emergere per affermare la loro condizione, per stabilire la supremazia dell’essere contro il vuoto. Il buio è metafora del Nulla. La luce vi si contrappone. E nei diversi “Chapter” – questo il titolo delle quattro serie – la luce sgomita. Vediamo bagliori lancinanti, sovraesposizioni luminescenti capaci di definire i contorni delle figure e aggiungere alla corporeità il vantaggio momentaneo della affermazione. E’ un attimo, poi si viene risucchiati nella lotta infinita. Il tormento ricomincia. Gli spasmi personali montano come una nera marea e dilagano in ogni angolo dell’anima. Ma c’è dell’altro. I “Capitoli” accolgono il sogno e lo rilanciano con tutto il suo potere salvifico, come uno soffio vitale contro la perdizione. E qui la staticità del linguaggio fotografico, la totemicità dello scatto singolo viene superata dall’accostamento di più immagini, un ‘assemblage’ riunito nel tentativo di completare un racconto. E dare dinamismo a quanto invece imporrebbe staticità. Ronin De Goede non indugia, conosce la luce e con questa vi scrive una storia: con mano sicura lascia che brilli nei volti e nei corpi dei soggetti. Lascia che a luce ne blandisca i contorni, li accarezzi per poi scolpirne le fattezze e renderle riconoscibili all’osservatore, perché il disagio di una persona non è mai così sconosciuto né chi soffre può dirsi il solo a conoscere l’addiaccio. Tuttavia nelle immagini di Ronin De Goede non mancano momenti di un’intimità ricercata e ottenuta da contrapporre come una diga all’avanzare delle asprezze. In questo cogliamo una vena poetica e insieme la convinzione che l’uomo sappia trovare in sé le risorse inesauribili che gli consentono la sopravvivenza. Quindi, quale condizione paradigmatica, la luce vince sulle tenebre. Sempre. La lotta è difficile, sembra voler dirci Ronin De Goede, ma dalle serie apprendiamo l’ottimismo di una soluzione imminente, di una vittoria, di un’affermazione dell’etica sulle derive del nichilismo. Nei “Chapter” c’è un respiro di salvezza, è indicata una via d’uscita e per quanto si navighi nell’oscurità non temiamo: ogni notte, anche la più oscura, si arrende sempre alle prime luci dell’alba.

Giuseppe Cicozzetti

da “Chapter I, II, III, IV”

 

foto Ronin De Goede

 

https://www.roninview.com

 

 

A cold wind blows, all around and inside. We are crossed. We are bent before the unknown, on the edge of our identity; later, one step farther, there is darkness.

Who doesn’t know to be exposed to torment, assaulted by an unspeakable and lonely fever. There is a storm in the photographs of the dutchman Ronin De Goede.

We hear it. It linger. And we are afraid of it. Lights and shadows. Nothing reassures us except the awareness that the descent into hell must end. Images, double identities that compete between them and blurs that do not reassure.

And often declined in nocturnal visions to which the rough poetics of Japanese photography have accustomed us. There is research in the work of Ronin De Goede. The research lies within the language with which it invites us to "read" the malaise of female figures who struggle for the affirmation.

Figures taken in the fight against darkness and from which they intend to emerge to affirm their condition, to establish the supremacy of being against the void. Darkness is a metaphor of Nothingness. The light is opposed to it.

And in the different "Chapter" - this is the title of the four series - the light elbows. We see excruciating gleams, luminescent overexposures capable of defining the contours of the figures and adding to the corporeity the momentary advantage of a definition.

It's a moment, then it gets sucked into the endless struggle. The torment begins again. The personal spasms mount like a black tide and spread to every corner of the soul. But there is something else. The "Chapters" welcome the dream and re-launch it with all its saving power, as a vital breath against perdition. And here the static nature of the photographic language, the totemicity of the single shot is overcome by the combination of multiple images, an assemblage in an attempt to complete a story.

And to give dynamism to what would instead impose stability. Ronin De Goede does not linger, he knows the light and with this he writes a story: with a sure hand he lets it shine in the faces and in the bodies of the subjects. Let it light up the contours, caress them and then sculpt the features and make them recognizable to the observer, because the discomfort of a person is never so unknown, nor who suffers can be said to know the coldness.

However, in Ronin De Goede's images there is no shortage of refined intimacy, obtained by opposing like a dam to the advance of harshness. In this we grasp a poetic vein and at the same time the conviction that man knows how to find in himself the inexhaustible resources that allow him to survive. Therefore, as a paradigmatic condition, light wins over darkness. Always.

The fight is difficult, it seems to want to tell us Ronin De Goede, but from the series we learn the optimism of an imminent solution, of a victory, of an affirmation of ethics on the drifts of nihilism. In the "Chapter" there is a breath of salvation, a way out is indicated and no matter how much we sail in the darkness we do not fear: every night, even the most obscure, always surrenders at the first light of dawn.

 

Giuseppe Cicozzetti

from “Chapter I, II, III, IV”

 

ph. Ronin De Goede

 

https://www.roninview.com

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