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Ken  KITANO                           (Japan)

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KEN KITANO

 

Fisiognomica identitaria e una geografia somatica volta a includere più che a diversificare. Volti ed espressioni che si sommano alla ricerca di una specificità nazionale da preservare dalla corruzione globalista. Il fotografo giapponese Ken Kitano si concentra sui volti, con una delicatezza che sta nelle corde dell’eleganza e del pudore di una civiltà consapevole che proprio il viso è la sola parte del corpo a essere esposta e offerta allo sconosciuto. In principio fu Francis Galton a sovrapporre volto su volto, ma i suoi “ritratti compositi” erano più interessati allo studio della fisiognomica criminale, alla creazione in laboratorio di un archetipo del criminale che a qualcosa che avesse a che fare con la fotografia vera e propria. Piuttosto in "Our Face" assistiamo al rovesciamento del progetto di August Sander. Se il grande fotografo tedesco raffigurava persone appartenenti a un gruppo, dando vita a un catalogo epocale, Kitano comprime i ritratti di un gruppo in una sola immagine sommandoli strato su strato. Il risultato è il ritratto generale di un gruppo sociale che nella condivisione dei tratti fisiognomici ritrova se stesso. E il progetto ha funzionato. Così bene da uscire dai confini giapponesi per estendersi a una soggettività transnazionale. Volti di un mondo lontano. Volti e occhi. E figure scomposte, nervose, catturate in un apparente frenetico e convulso desiderio d’essere fermate. Intorno hanno poco. C’è quanto apparentemente non è funzionale: uno sfondo nervoso e convulso, abbozzato come uno schizzo di fusaggine, chiamato però a ribadire la centralità del ritratto. Kitano ha mano sicura e governa la luce perché questa irrompa sistematicamente sui volti, con la disciplinata precisione giapponese; e riporta a casa quelle vertigini esotiche che tanto avevano affascinato i pittori europei di fine Ottocento. Lo notiamo dalla compostezza. La loro postura è essenziale, celebrativa, ma è questa immobilità che attanaglia l’attenzione dell’osservatore. Essi sono fermi, compunti, quasi intimiditi, obbedienti, consapevoli d’essere al centro del racconto, nel disvelamento di se stessi. Nelle immagini di “Our Face”, in queste fotografie sgranate dalle sovrapposizioni, ravvisiamo una passiona antica, la controluce di una cura immemore, i segni di una grande tradizione per le “piccole cose”. Piccole cose che però hanno il potere di rivelare la profondità di una grande civiltà dell’immagine che qui, attraversata da un pudore sensibile e antico, rivela una vocazione alla ritrosia: la discrezione dello sguardo, perché, come detto all’inizio, il viso è la sola parte del corpo che si offre allo sconosciuto.

 

Giuseppe Cicozzetti

da “Our Face”

 

foto Ken Kitano

http://www.ourface.com/

Physiognomy of identity and a somatic geography aimed at including more than at diversifying. Faces and expressions that add up to the search for a national specificity to be preserved from globalist corruption. Japanese photographer Ken Kitano focuses on faces, with a delicacy that lies in the strings of elegance and modesty of a civilization aware that the face is the only part of the body that is exposed and offered to the unknown. In the beginning it was Francis Galton to superimpose face on face, but his "composite portraits" were more interested in the study of criminal physiognomy, in the creation in the laboratory of an archetype of the criminal than in something that had to do with actual photography . Rather, we see the reversal of August Sander's project. If the great German photographer depicted people belonging to a group, creating an epochal catalog, Kitano compresses the portraits of a group into a single image adding them layer by layer. The result is the general portrait of a social group that finds itself in sharing the physiognomic traits. And the project worked. So good to go beyond the Japanese borders to extend to a transnational subjectivity. Faces of a distant world. Faces and eyes. And decomposed, nervous figures, captured in an apparent frenetic and convulsive desire to be stopped. Around they have little. There is what is apparently not functional: a nervous and convulsive background, sketched like a crayon sketch, but called to reaffirm the centrality of the portrait. Kitano has a sure hand and rules the light so that it systematically breaks onto the faces, with disciplined Japanese precision; and brings home the exotic dizziness that so fascinated European painters of the late nineteenth century. We note this from composure. Their posture is essential, celebratory, but it is this immobility that grips the attention of the observer. They are firm, composed, almost intimidated, obedient, aware of being at the center of the story, in the unveiling of themselves. In the images of "Our Face", in these photographs grainy by the overlaps, we see an ancient passion, the backlight of an immemorial care, the signs of a great tradition for "small things". Small things, however, that have the power to reveal the depth of a great civilization of the image which here, crossed by a sensitive and ancient modesty, reveals a vocation for reluctance: the discretion of the gaze, because, as mentioned at the beginning, the face it is the only part of the body that offers itself to the unknown.

 

Giuseppe Cicozzetti

from “Our Face”

 

ph. Ken Kitano

 

http://www.ourface.com/

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