Adriana LESTIDO

Esistono progetti che durano una vita. Si potranno prendere delle pause, delle deviazioni, seppure fruttuose, ma poi la centralità del proprio vero interesse affiora come un fiume carsico. Il tema dominante, quel “dolcissimo, possente dominator di mia profonda mente”, che non ha mai abbandonato l’interesse della fotografa argentina Adriana Lestido, è la spinta a indagare sulla centralità del femminile. Donne e madri, madri e figlie catturate in un universo chiuso, autoreferenziale, quasi che non vi sia altra dinamica da esplorare che i rapporti tra donne. E nel suo lavoro l’universalità della donna, intesa come ossatura vitale delle “societas” pubblica e privata, cercata in ogni ambito della sua articolazione. Se osservate ogni lavoro di Adriana Lestido noterete come la stragrande maggioranza delle fotografie sia legata da un elemento raffigurativo che è insieme iconico e cifra della sua espressione progettuale: le donne tengono quasi sempre una bambina tra le braccia o al fianco. Ma anche madri adulte vicino figlie ormai donne. Che si trovino nell’intimità domestica o nella cattività di una prigione (in quest’ultimo lavoro è trattato il tema di una femminilità negata) quei gesti, subito interpretabili come una tenera protezione, in realtà conservano – e rimandano – il loro vero significato: una ereditarietà, un filo ininterrotto, passaggio di testimone. E noi, che crediamo fermamente nel potere riscattante delle donne, ne cogliamo presto il contenuto. Contenuto che talvolta, a causa di momenti storici terribili e sanguinosi, si fa assoluto. La fotografia della madre di “Plaza de Mayo” stavolta non la vede ballare da sola: è venuta a chiedere conto del suo uomo con la figlia, perché anche lei una volta cresciuta, testimoni le responsabilità di chi ha voluto fosse orfana. Grandissima metafora di una Storia che non deve e non può passare invano. Vediamo donne ancora bambine avere bambine. Le vediamo come in un gioco di specchi nel quale non scorgiamo chi stia giocando, se lei o la bimba, oppure (è ancora più bello) entrambe. Così come intenerisce e commuove il volto della giovane donna le cui braccia ghermiscono il suo amato in una espressione sognante. Donne, di ogni età. Donne nel vortice di episodi che chiamiamo vita. Eppure l’occhio di Adriana Lestido è lontano dal compiacimento; è muto e trasparente, silente e rispettoso di una sensibilità che va sussurrata e tenuta lontano dalla polarizzazione dei sentimenti. Ricca è “l’altra metà del cielo” di sogni e parole; e fragili come acciaio si muovono nel palco della vita con meno sicurezze degli uomini. E piace pensare che il riguardoso rispetto di Adriana Lestido sia il nostro, per quelle donne che esistono anche quando non ci sono, anche quando a suggerirne la presenza è una foto su un muro appena illuminata da una lampada. Che meraviglia. Giuseppe Cicozzetti da ‘La Salsera’; ‘Madres e Hijas’; ‘Mujeres Presas’; Madres Adolescentes’; Madre e hija de Plaza de Mayo’. foto Adriana Lestido http://www.adrianalestido.com.ar/en/index.php

Esistono progetti che durano una vita. Si potranno prendere delle pause, delle deviazioni, seppure fruttuose, ma poi la centralità del proprio vero interesse affiora come un fiume carsico. Il tema dominante, quel “dolcissimo, possente dominator di mia profonda mente”, che non ha mai abbandonato l’interesse della fotografa argentina Adriana Lestido, è la spinta a indagare sulla centralità del femminile. Donne e madri, madri e figlie catturate in un universo chiuso, autoreferenziale, quasi che non vi sia altra dinamica da esplorare che i rapporti tra donne. E nel suo lavoro l’universalità della donna, intesa come ossatura vitale delle “societas” pubblica e privata, cercata in ogni ambito della sua articolazione. Se osservate ogni lavoro di Adriana Lestido noterete come la stragrande maggioranza delle fotografie sia legata da un elemento raffigurativo che è insieme iconico e cifra della sua espressione progettuale: le donne tengono quasi sempre una bambina tra le braccia o al fianco. Ma anche madri adulte vicino figlie ormai donne. Che si trovino nell’intimità domestica o nella cattività di una prigione (in quest’ultimo lavoro è trattato il tema di una femminilità negata) quei gesti, subito interpretabili come una tenera protezione, in realtà conservano – e rimandano – il loro vero significato: una ereditarietà, un filo ininterrotto, passaggio di testimone. E noi, che crediamo fermamente nel potere riscattante delle donne, ne cogliamo presto il contenuto. Contenuto che talvolta, a causa di momenti storici terribili e sanguinosi, si fa assoluto. La fotografia della madre di “Plaza de Mayo” stavolta non la vede ballare da sola: è venuta a chiedere conto del suo uomo con la figlia, perché anche lei una volta cresciuta, testimoni le responsabilità di chi ha voluto fosse orfana. Grandissima metafora di una Storia che non deve e non può passare invano. Vediamo donne ancora bambine avere bambine. Le vediamo come in un gioco di specchi nel quale non scorgiamo chi stia giocando, se lei o la bimba, oppure (è ancora più bello) entrambe. Così come intenerisce e commuove il volto della giovane donna le cui braccia ghermiscono il suo amato in una espressione sognante. Donne, di ogni età. Donne nel vortice di episodi che chiamiamo vita. Eppure l’occhio di Adriana Lestido è lontano dal compiacimento; è muto e trasparente, silente e rispettoso di una sensibilità che va sussurrata e tenuta lontano dalla polarizzazione dei sentimenti. Ricca è “l’altra metà del cielo” di sogni e parole; e fragili come acciaio si muovono nel palco della vita con meno sicurezze degli uomini. E piace pensare che il riguardoso rispetto di Adriana Lestido sia il nostro, per quelle donne che esistono anche quando non ci sono, anche quando a suggerirne la presenza è una foto su un muro appena illuminata da una lampada. Che meraviglia. Giuseppe Cicozzetti da ‘La Salsera’; ‘Madres e Hijas’; ‘Mujeres Presas’; Madres Adolescentes’; Madre e hija de Plaza de Mayo’. foto Adriana Lestido http://www.adrianalestido.com.ar/en/index.php

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