Photographies barOques

Claire e Philippe ORDIONI

 

 

Figlia dell’uno e padre dell’altra, Claire e Philippe Ordioni creano il loro universo barOcco a seguito di un progetto teatrale del 2009, inspirati da opere della letteratura classica di fantascienza come 1984 di Giorgio Orwell, Fahreneit 451 di R. Bradbury o ancora 'Tutto tranne che un uomo' di R. Silverberg e I. Asmov.

Nel 2010, nell’ottica di scrivere un film, intraprendono uno studio di personaggi attraverso l’uso della fotografia, lasciandosi coinvolgere da quest’arte a loro consona. La finzione barOcca ha poi dato luogo a delle numerose serie di lavori sul tema, esplorando e mettendo in discussione concetti come follia, stranezza, genere, isolamento e dignità. 

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NON CHIAMATELI MOSTRI di Giuseppe Cicozzetti

 

 

Non chiamateli mostri. Ne rimarrebbero offesi: i mostri, quelli veri, hanno sembianze più simili alle nostre. Le creature di Claire e Philippe Ordioni (fotografi francesi, lei figlia, lui padre) in “Portraits Baroques” sono immaginazioni dolenti, figure sdrucciole che declinano le loro stranezze nello stretto recinto di un barocco che celebra la rivincita sul rigorismo formale. Il grottesco prevale sulla scivolose difformità delle caricature per attestarsi come medium interpretativo. Fuoriescono personaggi oscillanti tra l’allegoria di un’aristocrazia lontana dalla nostra immaginazione perduta nelle creazioni degli autori e miserrimi freak capaci di imbrigliare la nostra attenzione. Siamo ben lontani dal genere. Infatti il lavoro di Claire e Philippe Ordioni si smarca dalle vertigini “mostruose di Witkins, è distante dalle creature terragne, ctonie, di Kusterle né insegue l’elegia iperrealista di Todd Browning: quanto vediamo sono soggetti provenienti dal posto più profondo di un immaginario sospeso nel tempo e nei luoghi e nel quale si intrecciano la Corte e il ghetto, la nobiltà – seppur defunta – e l’indigenza, abbigliate recuperando un’oggettistica da modernariato che intercetta il contemporaneo. Fantasmagoria. E una poetica della difformità che sorprende, prima, e avvicina dopo averne conosciuto i segni, perché i veri mostri non assomigliano a dei mostri.

Ha scritto Victor Hugo che “il prodigio e il mostro hanno le stesse radici”, invitandoci a credere che il sublime e l’orrore sono più imparentati di quanto non immaginiamo. E in questo sforzo giace l’intero lavoro di Claire e Philippe Ordioni, consegnandoci la galleria di un’umanità esistente solo nel nostro onirico, recuperata dalle oscurità notturne e che ora “Portraits Baroques” palesa alla nostra attenzione come un Pantheon parallelo ma non emendabile. Come non emendabile è l’identica tensione creativa che unisce la figlia al padre e che forma una coppia “che vede con soli due occhi”, come prima di loro Bernd e Hilla Becker, Pierre Commoy e Gilles Blanchard o altri felici sodalizi artistici cui dobbiamo al portato d’ognuno una vitalità creativa che si intreccia vicendevolmente.

Ed è la luce di questo percorso che feconda il lavoro di Claire e Philippe Ordioni, lasciando che le loro “icone barocche” incidano sul nostro immaginario come figure resilienti a un passato senza tempo – e dunque “fuori” dal tempo – che scombina le convenzioni di una cronologia battuta dal Mito. Alle immagini di “Portraits Baroques” ci si affeziona, esse infatti chiamano a raccolta la nostra empatia, il nostro struggimento, la nostra curiosità, che affiora dinanzi alle immagini e che di sicuro non si esaurisce una volta distolto lo sguardo. Le creature di Claire e Philippe Ordioni sono parte di noi – forse siamo noi stessi in una forma primitiva, ancestrale – in “integrum formae”. E forse è per questo che seducono.

Claire and Philippe Ordioni

Daughter of one and father of the other, Claire and Philippe Ordioni create their barOcco universe following a theatrical project in 2009, inspired by works of classic science fiction literature such as 1984 by Giorgio Orwell, Fahreneit 451 by R. Bradbury or again R. Silverberg and I. Asmov.

In 2010, with a view to writing a film, they embarked on a study of characters through the use of photography, allowing themselves to be involved in this art in their own right. The fiction barOcca then gave rise to numerous series of works on the subject, exploring and questioning concepts such as madness, strangeness, gender, isolation and dignity.

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DON'T CALL THEM MONSTERS

By Giuseppe Cicozzetti

They would be offended: monsters, the real ones, they look alike as enybody of us. The creatures of Claire and Philippe Ordioni (French photographers, her daughter, he father) in "Portraits Baroques" are sore imaginations, slippery figures that declare their strangeness in the narrow fence of a Baroque celebrating revenge on formal rigor.

The grotesque prevails on the slippery differnity of the caricatures, to attest as an interpretative medium.

Characters comes out swirling between the allegory of an aristocracy away from our imagination in creations by authors and miserly freaks capable of bridle our attention.

We are far from gender. Indeed, Claire's and Philippe Ordioni's work disappears from the Witkins “monstrous dizziness”, is far from the terrestrial, chtohnic, Kusterle creatures, and does not pursue Todd Browning's hyperrealist elegie: what we see are subjects coming from the deepest place of a suspended imagery in time and places, and in which the Court and the ghetto are intertwined, the nobility -  although dead - and the indigence, dressed up by retrieving a modern-day gadget that intercepts the contemporary.

Phantasmagoria. And a poetry of the difformity that is surprising before, and approaches after having met the signs, because the true monsters do not resemble monsters at all.

Victor Hugo wrote that "the prodigy and the monster have the same roots", inviting us to believe that sublime and horror are more related than we do not imagine.

And in this effort lie the whole work of Claire and Philippe Ordioni, giving us the gallery of an existing humanity only in our dream, recovered from the darkness of the night and that now "Portraits Baroques" is palpable to our attention as a parallel Pantheon but can not be changed. As an unmistakable one is the identical creative tension that unites the daughter with her father and forms a pair she "sees with only two eyes", like before them Bernd and Hilla Becker, Pierre Commoy and Gilles Blanchard or other happy artistic associations we owe to the effort of each one a creative vitality that intertwines each other.

And it is the light of this path that fosters the work of Claire and Philippe Ordioni, letting their "baroque icons" affect our imagination as resilient figures in a timeless past - and therefore "out of time" - which breaks down conventions of a chronology beaten by the Myth.

Everybody fond the pictures of "Portraits Baroques", they love to embrace our empathy, our struggle, our curiosity, which stands out in front of the pictures and that certainly does not run out once we have looked away. The creatures of Claire and Philippe Ordioni are part of us - perhaps we are ourselves in a primitive, ancestral form - in "form integrum". And maybe that's why they are seduced.

Tierra madre y otros

Montserrat DIAZ

Montserrat Diaz è nata in Spagna nel 1976. È una fotografa autodidatta, attualmente vive a Milano, dove si è laureata in Lingue e Letterature Straniere. Ha sempre avuto una grande passione per l'arte - È cresciuta circondata da dipinti e specchi nel negozio dei suoi genitori - e inizialmente si è espressa attraverso la pittura. Quando ha scoperto la fotografia nel 2014, tuttavia, questa è diventata il mezzo attraverso il quale ha preferito trasmettere il suo mondo interiore. Si sente lei più un artista che un fotografo.

Dal 2016, ha esposto le sue opere in mostre collettive e personali, sia in Italia che all'estero. Il suo lavoro è stato pubblicato su diverse riviste on-line tra cui ClickMagazine, lo spagnolo Thalamus Magazine o il newyorker Mystery Tribune, e incluso nelle pagine dei web blogger come Barbara Picci.

L'idea che la vita e i sogni siano fatti della stessa sostanza è al centro del suo lavoro, ed è necessariamente l'anima delle sue immagini. Il meccanismo del fotomontaggio assomiglia al processo di un sogno e, allo stesso modo, raccoglie i pezzi di realtà e li rimette insieme per creare nuovi mondi e situazioni che altrimenti sarebbero impossibili.

Normalmente la donna che appare nelle sue immagini è la stessa artista. Il motivo è che ha sempre cercato di guardare nei suoi recessi interiori per conoscere se stessa, e considera l'arte il mezzo perfetto per farlo.

Tende ad usare colori sbiaditi per enfatizzare l'idea della vita come un sogno fatto di ricordi e sensazioni sfuggenti.

Come nei sogni, le sue immagini sono piene di simbolismi: deserti, specchi, animali o simboli ricorrenti che rappresentano una parte importante di lei, della sua storia e dei suoi pensieri.

Montserrat DIAZ

She was born in Spain in 1976. She is a self-taught photographer, currently living in Milan, where she graduated in Foreign Languages ​​and Literature. He always had a great passion for art - He grew up surrounded by paintings and mirrors in his parents' shop - and initially expressed himself through painting. When he discovered photography in 2014, however, this became the medium through which he preferred to transmit his inner world. She feels more like an artist than a photographer.

Since 2016, he has exhibited his works in collective and personal exhibitions, both in Italy and abroad. His work has been published in several online magazines including ClickMagazine, the Spanish Thalamus Magazine or the newyorker Mystery Tribune, and included in the pages of web bloggers like Barbara Picci.

The idea that life and dreams are made of the same substance is at the center of his work, and is necessarily the soul of his images. The photomontage mechanism resembles the process of a dream and likewise gathers the pieces of reality and puts them back together to create new worlds and situations that would otherwise be impossible.

Normally the woman who appears in her images is the same artist. The reason is that he has always tried to look into his inner recesses to know himself, and he considers art the perfect way to do it.

He tends to use faded colors to emphasize the idea of ​​life as a dream made of memories and elusive sensations.

As in dreams, her images are full of symbolism: deserts, mirrors, animals or recurring symbols that represent an important part of her, her story and her thoughts.

ELOGIO DEL SILENZIO di Giuseppe Cicozzetti

 

 

I lavori della fotografa spagnola Montserrat Diaz, che ha scelto Milano come città in cui vivere, sono densi come i sogni che abbiamo amato e nei quali, una volta sfrondati i dettagli, sedimenta la nettezza di un racconto destinato a ripetersi. Fotografia dopo fotografia nell’osservatore matura la convinzione di respirare una malinconia priva di quel polveroso disagio che anima lavori analoghi e tutto declinato con un elegante rigore formale che, come si vede, diviene la cifra distintiva di un linguaggio sospeso tra l’equilibrio della composizione e la disciplina concettuale – impegno mantenuto saldo nelle fotografie a colori che in quelle in bianco e nero. L’eleganza dei lavori di Monserrat Diaz pensiamo che risieda nella discrezione con cui affronta temi come la solitudine e l’interazione dei soggetti nel loro ambiente e i cui echi rimandano alle lezioni grandiose di Duane Michals e, in particolare nella serie in bianco e nero, a un grande maestro del surrealismo fotografico: Rodney Smith. Ma una volta appresa la lezione tutto passa attraverso il vaglio di un linguaggio singolare e personale, in cui turbamenti e doppiezze volano nella stratosfera dell’immaginazione, di una creatività attenta a non sbagliare una sola nota. La “forma” innanzitutto ma carica di senso da diventare essa stessa sostanza. Non c’è fotografia, infatti, che sia priva di una profondità contenutistica che non affondi le sue radici nella leggerezza. Le immagini scorrono accompagnate da un fragoroso silenzio in cui a parlarci è la sapiente distribuzione volumetrica, come se fosse un gioco dove le regole una volta sancite hanno l’obbligo d’essere rispettate. Tutto è compatto e l’osservazione è obbligata a un tempo deciso dalle immagini; e durante questa stasi temporale siamo invitati a indugiare, a scorgere i rimandi contenuti in essi, a lasciarsi impressionare dai dettagli, da piccoli frammenti di cose, dalla presenza di oggetti che solo talvolta interagiscono con l’umano, mentre in altre lo circuiscono, lo inseguono fino a intercettarne i momenti. Sogni, atmosfere reminiscenti di un’attività onirica sospesa tra il reale e l’immaginifico come la letteratura sudamericana ci ha svezzati ma tradotti con una sensibilità postmoderna. Qui Monserrat Diaz dimostra di costruire un ponti, un collegamento sincretico tra linguaggi spesso spinti alla contrapposizione ma che qui, una volta assembrati, sembrano aver deposto ogni conflitto per consegnarsi all’efficace fluidità di un racconto intellegibile, come se sui segnali provenienti dalla profondità dell’inconscio fosse gettata una luce vitale e silenziosa. Si è detto del silenzio che “rappresenta la gentilezza dell’universo”, un “soffio sottile che a sé aduna lo spirito”. Dev’essere così se è nel silenzio precipita il senso d’ogni cosa e si ritrova leggerezza. Ed è proprio una pensosa leggerezza la cifra stilistica di Monserrat Diaz, un codice personale in cui vige la regola della sottrazione: tutto è sfrondato perché affiori una verità che noi, osservando le fotografie, facciamo subito nostra.

EULOGY OF SILENCE

By Giuseppe Cicozzetti

 

The work of the Spanish photographer Monserrat Diaz, who has chosen Milan as a city to live in, is as dense as the dreams we have loved and in which, once the details are unraveled, the seduction of a story destined to repeat itself is seduced. Photography after photography in the observer matures the conviction to breathe a melancholy devoid of that dusty discomfort that animates similar works and all declined with an elegant formal rigor that, as we can see, becomes the distinguishing mark of a language suspended between the balance of the composition and the conceptual discipline - commitment kept firm in color photographs than in black and white.

The elegance of Monserrat Diaz’s works we think that resides in the discretion with which he deals with topics such as the loneliness and interaction of the subjects in their environment and whose echoes refer to the grandiose lessons of Duane Michals and, in particular in the black and white series, to a great master of photographic surrealism: Rodney Smith.

But lesson once learned, everything passes through the scrutiny of a singular and personal language, in which disturbances and duplicities fly in the stratosphere of the imagination, of a creativity careful not to make a single mistake. The "form" above all but full of meaning to become substance itself. There is no photography, in fact, that is devoid of a depth of content that does not sink its roots in lightness. The images flow accompanied by a thunderous silence in which to speak is the wise volumetric distribution, as if it were a game where the rules once sanctioned have the obligation to be respected.

Everything is compact and observation is obliged to a decided time by images; and during this temporal stasis we are invited to linger, to see the references contained in them, to be impressed by the details, by small fragments of things, by the presence of objects that only sometimes interact with the human, while in others they circulate it. they chase up to intercept their moments. Dreams, reminiscent atmospheres of a dreamlike activity suspended between the real and the imaginative like the South American literature has weaned us but translated with a postmodern sensibility.

Here Monserrat Diaz proves to build a bridge, a syncretic link between languages often pushed to the opposition but that here, once assembled, seem to have deposited every conflict to deliver itself to the effective fluidity of an intelligible narrative, as if on the signals coming from the depth of the unconscious was thrown a vital and silent light. We have said of the silence that "represents the kindness of the universe", a "subtle breath that attaches itself to the spirit". It must be like that if the sense of everything is in the silence and lightness is found. And the stylistic code of Monserrat Diaz, a personal code in which the rule of subtraction is in force, is precisely a thoughtful lightness: everything is pruned because a truth emerges that we, observing the photographs, make our own immediately.

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