SCRIPTPHOTOGRAPHY

Gabriele STABILE                                                              (Italia) 

GABRIELE STABILE

 

Arrivano da luoghi lontani, da Paesi in cui mancano i più elementari diritti umanitari. Sfuggono al martirio di persecuzioni politiche, etniche, religiose. Sfuggono al loro destino, ammesso lo abbiano.
Attraversano l’Oceano tra speranza e sgomento, consapevoli che il ritorno in patria potrebbe costare loro la vita. Hanno abbandonato ogni cosa, affetti, ricordi, tutto. Arrivano negli aeroporti delle grandi metropoli, hanno occhi smarriti e un cuore che batte più forte che può. Sono soli. Non posseggono che la loro stessa vita. E ora devono riscriverla. Sono gli 80.000 rifugiati che ogni anno sono accolti dagli Stati Uniti d’America. Per loro sono pronti un sussidio e l’assistenza medica. Non in eterno, però: la generosità dell’America ha una durata. Poi, come tutti, dovranno cavarsela da soli. Il fotografo Gabriele Stabile, grazie all’aiuto dell’OIM, l’Organizzazione Internazionale delle Migrazioni, ne ha seguito un tempo breve, il più significativo: l’arrivo e la loro collocazione nei motel vicino agli aeroporti. Una notte, forse due, prima di essere smistati altrove.
E qui hanno il primo assaggio dell’America. Qui, tra un arredo impersonale, sintetico e veloce, tra le insegne al neon che invitano a un consumo sconosciuto si logorano le prime lunghissime ore in una terra ancora inspiegabile, tra nostalgia e speranza, tra sgomento e paura.
Tutto è estraneo come un mostro sconosciuto, e ostile. La distanza tra sé e il nuovo mondo si spande come un virus, infetta l’aria e corrode le identità. Il reportage di Gabriele Stabile racconta proprio queste prime sensazioni. Il lavoro, durato all’incirca sei anni, ha il titolo “Refugees Hotel”, e stabilisce il recinto del suo interesse, lo spazio – come si è detto – nel quale maggiore è la sensazione di sentirsi “stranieri”. Anche da se stessi. 
La sensibilità di Stabile ci catapulta direttamente nella spaurita intimità. Il suo occhio non indaga, registra e annota disagio e smarrimento impresso in ogni espressione dei volti, nel nuovo e caotico vociare di distanze emotive che hanno preso scalpitare. Potenza di una nostalgia, che affiora struggente e diventa nemica feroce ma che si combatte con un abbraccio. La fotografia di due bambini che si tengono stretti ai lati di un letto riassume per tutti la lotta per la sopravvivenza emotiva, per la conservazione della propria identità. E non c’è comodità occidentale che sappia trasferirne il senso. Il tenero abbraccio segna il vicendevole conforto, il desiderio cioè di ritrovarsi ancora. Nonostante tutto. Immagini dunque colme di solitudine che suscitano in noi una forza compassionevole. Ma Stabile ci invita alla conoscenza non alla commozione, a quanto donne e uomini sono disposti ad affrontare per sapere migliore la loro esistenza. Il prezzo da pagare è alto e il biglietto è staccato all’arrivo in un Paese dai mille problemi, capace però di assicurare il diritto a chiunque di una vita migliore di quella che hanno lasciato.

 

Giuseppe Cicozzetti                                                               

da “Refugees Hotel”

 

foto Gabriele Stabile

 

http://gabrielestabile.org/

They come from faraway places, from countries where the most basic humanitarian rights are lacking. They escape the martyrdom of political, ethnic and religious persecution. They escape their fate, if they have it.

They cross the Ocean between hope and dismay, aware that returning home could cost them their lives. They have left everything, affections, memories, everything. They arrive at the airports of big cities, they have lost eyes and a heart that beats as hard as it can. They are alone. They possess only their own life. And now they have to rewrite it.

The 80,000 refugees are welcomed each year by the United States of America. A subsidy and medical assistance are ready for them. Not forever, though: the generosity of America has a duration. Then, like everyone else, they will have to go it alone. The photographer Gabriele Stabile, thanks to the help of the IOM, the International Organization of Migrations, has followed a short time, the most significant: the arrival and their placement in motels near the airports. One night, maybe two, before being sorted elsewhere.

And here they have the first taste of America. Here, between an impersonal, synthetic and fast furnishing, among the neon signs that invite to an unknown consumption the first long hours wear out in a still inexplicable land, between nostalgia and hope, between dismay and fear.

Everything is a stranger like an unknown, hostile monster. The distance between oneself and the new world spreads like a virus, infects air and corrodes identities. The report by Gabriele Stabile tells just these first sensations. The work, which lasted approximately six years, has the title "Refugees Hotel", and establishes the enclosure of its interest, the space - as we said - in which is greater the sensation of feeling "foreign". Even from themselves.

The sensitivity of Stabile catapults us directly into the frightened intimacy. His eye does not investigate, record and note discomfort and loss imprinted in every expression of the faces, in the new and chaotic vocation of emotional distances that have taken to pawing. The power of nostalgia, which comes to the surface and becomes a fierce enemy but fights with a hug.

The photograph of two children holding on to the sides of a bed sums up for everyone the struggle for emotional survival, for the preservation of their identity. And there is no Western convenience that knows how to transfer its meaning. The tender embrace marks the mutual comfort, the desire to meet again. In spite of everything. Images therefore full of loneliness that arouse in us a compassionate force. But Stabile invites us to knowledge not to emotion, to what women and men are willing to face in order to know their existence better. The price to pay is high and the ticket is detached on arrival in a country of a thousand problems, but able to ensure the right of anyone to a better life than they have left behind.

 

Giuseppe Cicozzetti                                                               

from “Refugees Hotel”

 

ph. Gabriele Stabile

 

http://gabrielestabile.org/

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