top of page

SCRIPTPHOTOGRAPHY

Joseph RODRIGUEZ                                                                   (USA) 

1.nocrop.w1600.h2147483647.jpg

JOSEPH RODRIGUEZ

 

Molti anni fa, quando per la prima volta mi sono recato a New York, sono rimasto impressionato da un aspetto quasi del tutto inesistente qui in Italia. Quando entravo in un ristorante, una caffetteria o qualunque altro esercizio aperto al pubblico, gran parte del personale impiegato era composto da giovani. Studenti perlopiù, che facevano temporaneamente il lavoro di commessi o camerieri per pagarsi gli studi. Tutti dunque erano qualcosa, in attesa di diventare qualcos’altro. 

Joseph Rodriguez era tra questi, una gioventù liquida e concreta che sgobbava per il proprio futuro. Rodriguez non lo avreste visto in una steck house né in un clam bar ma fare su è giù per New York alla guida di un taxi, rigorosamente giallo come una spolverata di zafferano a tirar su un’umanità frettolosa e multiforme.

Si dice che il modo più spiccio per comprendere una città sia quello di ascoltare i tassisti, dalla cui voce fuoriescono segreti, aneddoti altrimenti inimmaginabili. 

Se poi il tassista, come si è detto, studia da fotografo (perché altrove non basta avere la macchina fotografica al collo, si studia per essere fotografi) allora la città sarà raccontata da un punto di vista privilegiato, diverso. E vero.

La fotografia di quegli anni, dal 1977 al 1985, di Joseph Rodriguez è una street che intercetta il documentarismo. 

Se con la fotografia di strada le immagini di Rodriguez hanno in comune la presenza delle persone, l’intrusione momentanea nella loro attività se ne stacca quando introduce un elemento di ricerca, un’antropologia della strada spesso dimenticata dalla street a vantaggio di un quadro descrittivo che trova la sua esplicitazione – sia detto anche con risultati eccellenti, e l’elenco dei maestri della “fotografia di strada” è talmente corposo da non potere essere affrontato qui  – in una raffigurazione che molto spesso, se è solo a caccia di soggetti, sa di didascalico. La serie ‘Taxi project’ di Rodriguez incrocia quanto ha voluto dire Roland Barthes: “la fotografia è sovversiva non quando spaventa, sconvolge o anche stigmatizza, ma quando fa pensare”. E le fotografie di Joseph Rodriguez ci obbligano a pensare alla multiforme soggettività delle persone incrociate, alla straordinaria e variegata umanità intercettata lungo e strade e i quartieri di New York, perché una differenza c’è tra chi abita ad Harlem e chi invece sulla Fifth Avenue; differenza che si allarga tra quanti frequentavano i locali gay dell’ex Meatpacking District e quanti faticano a mettere insieme il pasto con a cena della Bowery.

Rodriguez ci offre una doppia lettura, due differenti punti di narrazione: uno è il mondo fuori dall’abitacolo, gente colta all’apparire; l’altro è in mondo interno all’abitacolo.

Le prospettive si ribaltano: fuori c’è un’umanità di cui solo fugacemente, ma in profondità, sappiamo chi sono: prostitute, avventori di club per gay spaesati alla luce diurna, homeless, una fauna variopinta che interagisce con le regole di società ai margini della morale corrente. Dentro l’abitacolo – ma come vediamo non è inconsueto che i due mondi si incrocino –, prendono posto persone che ascoltano e vogliono raccontarsi e che trovano nell’autista un non sappiamo quanto involontario interlocutore.

La New York narrata da Rodriguez è la metropoli aderente al nostro immaginario. C’è tutto quello che abbiamo sempre immaginato ci fosse. Gli anni e gli episodi della cronaca ne hanno cambiato le abitudini ma non il volto e soprattutto non ha lasciato che la sua storia fosse intaccata. Le sue fotografie raccontano proprio la vigilia di un cambiamento che avrebbe mutato ogni cosa, l’ancora nascosta epifania di una tragedia, l’Aids, le successive “bonifiche” morali di Rudolph Giuliani convivere con un’umanità più attenta alla quotidianità. Ed è innegabile che l’obiettivo di Rodriguez ci consegni lo spaccato di un tempo, consegnato alla fotografia perché arrivi sino a noi.

 

Giuseppe Cicozzetti

da “Taxi project”

foto Joseph Rodriguez

http://www.josephrodriguezphotography.com/

 

 

Many years ago, when for the first time I went to New York, I was impressed by an almost non-existent aspect here in Italy. 

When I entered a restaurant, a cafeteria or any other exercise open to the public, most of the staff employed were young. Most students, who were temporarily working as clerks or waiters to pay for their studies. So everyone was something, waiting to be something else. 

Joseph Rodriguez was among them, a liquid and concrete young man who was joking for his own future. Rodriguez would not have seen you in a steck house or in a clam bar but doing it is down to New York driving a taxi, strictly yellow as a saffron sprinkling on a hasty and multifaceted humanity.

Some say that the most simple way to understand a city is to listen to the taxi drivers, whose voices leave secret, anecdotes otherwise unimaginable.

If the taxi driver, as has been told, is studying as a photographer (because elsewhere it is not enough to have the neck camera, he is studying to be a photographer) then the city will be told from a different, different point of view. And true.

The photography of those years, from 1977 to 1985, by Joseph Rodriguez is a “street” that intercepts documentarism.

f with the street photography Rodriguez's images have in common the presence of people, the momentary intrusion into their activity comes to an end when it introduces a search element, an anthropology of the street often forgotten by the street for the benefit of a descriptive picture which finds its explanation - is also said with excellent results, and the list of masters of "street photography" is so full that it can not be tackled here - in a depiction that very often if it is only for hunt for subjects, is sound as captioning.

Rodriguez's 'Taxi project' series crosses what Roland Barthes has said: "Photography is subversive not when it scares, disrupts or even stigmatizes, but when it makes tink." And Joseph Rodriguez's photographs drive us to think of the multiform subjectivity of the crossed people, the extraordinary and varied humanity intercepted along roads and the neighborhoods of New York, because there is a difference between those who live in Harlem and those on Fifth Avenue; a difference that widened among those attendend the former Meatpacking District gay clubs and those struggling to put together the Bowery dinner meal.

Rodriguez offers us a double reading, two different points of narrative: one is the world outside the car, people caught up in sight; the other is in the interior car world.

The prospects are reversed: Out there is a humanity of which only fleetingly, but in depth, we know who they are: prostitutes, gay club attenders on daytime-shy, homeless, a colorful fauna that interacts with society rules far from a current morality.

Within the cockpit - but as we see it is not unusual for the two worlds to cross - they place people listening and want to tell and find in the driver one we do not know how much involuntary interlocutor.

New York reported by Rodriguez is the metropolis adhering to our imagination. There is everything we have always imagined there. The years and episodes of the story changed her habits, but not her face, and, above all, did not let her story get damaged.

Joseph Rodriguez's photographs tell just the eve of a change that would change everything, the hidden epiphany of a tragedy, the Aids, and the subsequent "moral bonifications" of Rudolph Giuliani to coexist with a humanity more attentive to everyday life. And it is undeniable that Rodriguez's goal gives us the split of a time, handed over to photography, to arrive to us.

Giuseppe Cicozzetti

from “Taxi project”

ph. Joseph Rodriguez

http://www.josephrodriguezphotography.com/

bottom of page