SCRIPTPHOTOGRAPHY

Peter BAUZA                                                                                              (BR) 

PETER BAUZA

Dimenticate il Brasile delle cartoline, della Bossa Nova e del football strepitoso: ce n’è un altro che il Brasile stesso non ama e che fa di tutto per tenere nascosto. E’ il Brasile dei dimenticati. E’ il Brasile che sperpera miliardi di dollari per Mondiali di calcio e Olimpiadi e lascia che i suoi figli non abbiano cibo né un tetto sulla testa. Dimenticati, invisibili e indesiderati che persino il Cristo Redentore dall’alto del Corcovado ha girato loro le spalle. Ha un nome questa gente, un nome collettivo che riassume la loro condizione in una sola definizione: “sem tetos, sem terras, sem moradias", cioè senza tetto, senza terra, senza sussidi. Punto. Gente scivolata dalle fatiscenti favelas che addobbano i fianchi di Rio de Janeiro trovano alloggio in un ancora più fatiscente ecomostro mai portato a termine, e vi consumano quanto della vita è più una parvenza men che dignitosa. Benvenuti al “Copacabana Palace”. Il fotoreporter d’origine tedesca Peter Bauza vi si è introdotto guadagnando immagini fortissime e disturbanti. Senza elettricità né acqua né una rete fognaria questi “squatters” tropicali sono il volto impresentabile di un sistema che nessun welfare riesce a prendere in considerazione e dunque costretti a vivere in circostanze nelle quali sono inesistenti le più basilari condizioni igieniche. “Copacabana Palace” è questo racconto; il racconto di un inferno popolato da vivi di qualunque età. Madri che da sole tirano su una quantità di figli, giovani senza speranza se non quella della micro delinquenza, pusher impuniti, bambini giocare facendosi largo tra detriti maleodoranti, carcasse d’animali abbandonate sulla strada e il resto del campionario appartenente alla miseria. Le immagini di Bauza lo raccontano. Senza omettere nulla. Senza pietà ci afferra e ci conduce dove ogni sguardo è precluso, là dove né turisti né Carioca metterebbero mai piede. Ognuno è solo con il proprio destino. Ovunque è squallore e miseria. Ovunque sono ravvisabili tracce di sofferenza e fatica e di un’arte di arrangiarsi che non teme confronti. I sogni si sono interrotti all’ingresso dell’edificio; e con i sogni la speranza di vedersi assegnata una casa vera. Qui la musica di Jobim si è inceppata e le note stonano tra le pareti creando un riverbero sinistro e beffardo, qualcosa di inenarrabile anche dal più visionario tra i Tropicalisti. Ma la vita – lo vediamo dalle fotografie di Bauza – reclama se stessa a una ritualità che intende celebrare il suo passaggio e dunque tra le traversie di un quotidiano spesso insormontabile c’è spazio per una festa, un ballo. C’è posto per l’amore. E’ una gioiosa resistenza alle difficoltà, è l’ingaggio tenace di una comunità disperata contro il vortice in cui è precipitata. Siamo ai Tropici, non dimentichiamolo, e dunque è sottile il confine tra felicità e tristezza, così sottile da non comprendere quando si sta da una parte o dall’altra. Noi qui, dall’altra parte del mondo lo sapevamo quanto i brasiliani. Ci era stato sussurrato proprio da Jobim che la differenza tra tristezza e felicità è una sola: “Tristeza não tem fim, felicidade sim”; la tristezza non ha fine, la felicità sì. Ecco perché non sorprende che nelle indispensabili fotografie di Peter Bauza vi sia spazio a una narrativa nelle cui pagine c’è una naturale alternanza di sentimenti. Non sorprenda, se “ogni famiglia infelice è infelice a suo modo” allora nei giorni degli abitanti del “Copacabana Palace” si annida un racconto, un segreto da svelare: beffare la tristezza, anche se per poche ore.  Questo, siamo sicuri, è quanto ha mosso il lavoro di Peter Bauza. Una denuncia partecipata, osservata e “scritta” con il pudore della compassione, nel tentativo di dare una voce a chi non l’ha né, forse, l’avrà mai. Storie molto poco attrattive; storie che non smuovono l’interesse di grandi media; storie di fallimenti e di riscatti. Storie da un inferno. Ed è questo il motivo che salutiamo l’ottimo lavoro di Peter Bauza come benvenuto. Mentre lì, tra le macerie di un’umanità, il fotografo ci indica uno spiraglio, una luce salvifica, perché come recita una canzone, “persino il Padreterno da così lontano guardando quell’inferno dovrà benedire quel che non ha governo né mai ce l’avrà, quel che non ha vergogna né mai ce l’avrà, quel che non ha giudizio”. Agli ultimi è stata restituita un’estetica. 

 

Giuseppe Cicozzetti

da “Copacabana Palace”

foto Peter Bauza

http://www.peterbauza.com/

 

 

Forget Brazil of postcards, Bossa Nova and amazing football: there’s another Brazil that doesn’t love itself and does everything to keep hidden. It’s the Brazil of the forgotten ones. It’s Brazil that squanders billions of dollars for the World Cup and the Olympics and lets its children have no food or a roof over their heads.

Forgotten, invisible and unwanted that even the Redeemer Christ from the top of Corcovado has turned his back on them. These people have a name, a collective name that sums up their condition in a single definition: "sem tetos, sem terras, sem moradias", that is, without a roof, without land, without subsidies.

That’s it. People slipped by the crumbling favelas that decorate the flanks of Rio de Janeiro find accommodation in an even more dilapidated unfinished eco-monster, and consume you as much of life as a semblance less than dignified. Welcome to the "Copacabana Palace".

Peter Bauza, a German-born photojournalist, introduced himself there, gaining very strong and disturbing images. Without electricity or water or a sewer system these tropical "squatters" are the unpresentable face of a system that no welfare can take into consideration and therefore forced to live in circumstances in which the most basic hygienic conditions are non-existent.

"Copacabana Palace" is this story; the story of a hell populated by the living of any age. Mothers who alone raise a lot of children, young people without hope except that of micro delinquency, pusher unpunished, children playing making their way through foul-smelling debris, carcasses of animals abandoned on the road and the rest of the sample belonging to poverty. The images of Bauza tell it.

Without omitting anything. He grabs us without mercy and leads us where every look is closed, where neither tourists nor Carioca would ever set foot. Everyone is alone with their own destiny. Everywhere is squalor and misery. Everywhere there are visible traces of suffering and fatigue and of an art of getting by that does not fear comparisons.

Dreams stopped at the gate of building; and with dreams the hope of seeing yourself assigned a real home. Here the music of Jobim is jammed and the notes clash between the walls creating a sinister and mocking reverberation, something that cannot be told even by the most visionary of the Tropicalists. But life - we see it from the photographs of Bauza - claims itself to a ritual that intends to celebrate its passage and therefore among the troubles of an often insurmountable newspaper there is place for a party, a dance.

There’s a place for love. It’s a joyful resistance to difficulties, it is the tenacious engagement of a desperate community against the vortex in which it has fallen. We are in the Tropics, let's not forget it, and therefore the border between happiness and sadness is subtle, so subtle that it cannot be understood when we are on one side or the other. We here, on the other side of the world, knew it as well as the Brazilians. It was whispered to us by Jobim that the difference between sadness and happiness is only one: "Tristeza não tem fim, felicidade sim"; sadness has no end, happiness does. This is why it is not surprising that in the indispensable photographs of Peter Bauza there is room for a narrative in whose pages there is a natural alternation of feelings. Not surprisingly, if "every unhappy family is unhappy in its own way" then in the days of the inhabitants of the "Copacabana Palace" a story lurks, a secret to reveal: to mock sadness, even if for a few hours.

This, we are sure, is what moved Peter Bauza's work. A participatory complaint, observed and "written" with the modesty of compassion, in an attempt to give a voice to those who have neither heard it nor, perhaps, will ever have it. Very unattractive stories; stories that do not stir the interest of large media; stories of bankruptcies and redemptions. Stories from hell. And this is the reason why we welcome Peter Bauza's excellent work as a welcome.

While there, among the rubble of a humanity, the photographer shows us a glimpse, a saving light, because as a song goes, "even the Almighty from so far looking at that hell will have to bless what has no government nor ever there he will have what he has no shame nor will he ever have, that which has no judgment”. An aesthetic has been returned to the last ones.

Giuseppe Cicozzetti

from “Copacabana Palace”

ph. Peter Bauza

http://www.peterbauza.com/

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