Alfio Torrisi

ORTIGIA, POLIFONIA DEL TEMPO

 

di Roberto Conz

Ortigia. Ortigia e il tempo. Il tempo che la abita. E il tempo della fotografia, anche.

Guardo alle immagini di Alfio Torrisi e non posso non pensare ad una sorta di polifonia del tempo. Una policronia, allora.

Innanzituto il tempo che le case di Ortigia ospitano. Le case così segnate, e i vicoli di pietra, i gradini, gli antri. Quanto tempo vi ha dimorato? Ogni sguardo che il fotografo posa su quei muri sembra interrogarne la vita. Le vicende. Le passioni che, sappiamo, sempre ci segnano.

E proprio quei segni Torrisi sembra voler auscultare. Il vociferare del tempo. I suoi ritmi e le sue aritmie. Che tutto ciò che vive può farlo solo dentro l’incerto. L’incerto che siamo.

E guardo a quelle crepe su cui si soffermano le immagini. Luoghi di tensioni, di conflitti dentro la materia – della materia che siamo – fino ad incrinarla, lasciando che dentro quella ferita emerga vita nuova. En la grieta creo creandome scrive il poeta cileno.

Nella crepa creo creandomi.

 

E questa indicibile durata si cristallizza poi nel mistero dell’istante fotografico. Un tempo erano i sali d’argento nella pellicola a reagire ad un istante di luce trasformandola in scrittura. Grafie di luce, appunto. Di luce e ombra. Oggi, ancora più misteriosamente, sono stringhe di un codice binario. 000110111011010111001110011... E’ la fotografia digitale. Quella che utilizza anche Torrisi. E quale rapporto esiste allora tra il codice binario e il tempo? Che questo è un ulteriore livello nella polifonia dei tempi che qui vediamo messi in scena.

 

… e mi sovvien l’eterno,

e le morte stagioni, e la presente

e viva, e il suon di lei.

 

Che, mentre guardo le sedimentazioni dei secoli, vedo una lambretta e dei panni stesi, e tutto questo è “scritto” da una stringa di numeri. Compresa la polvere che Torrisi sceglie di sovrascrivere con un filtro, o il consunto frame vintage dell’immagine. Una mimesi del tempo che si sovrappone ad un tempo realmente accaduto. Un ora che dialoga con il già.

 

Questo è, forse, uno dei tratti che più ci interrogano del contemporaneo. La capacità di tener assieme tempi così lontani.

Racconta Giorgio Agamben che di una signora elegante si diceva a Parigi nell’Ottocento: “Elle est contemporaine de tout le monde”. Lei è contemporanea di tutto il mondo, traduco, storpiando appena un poco la corretta traduzione.

Ecco: la possibilità del “nostro” tempo di operare una relazione speciale tra i tempi del vivere.

 

Alfio Torrisi non è un fotografo professionista. Non ne ha i modi, i tic, la sicurezza dello sguardo. Torrisi sembra piuttosto vagare incespicando nello stupore. Dentro privatissime epifanie rispetto alle quali ha – fortunatamente - solo interrogazioni. Da questi luoghi incerti, da questi smarrimenti, sempre, è nato il pensiero. E la poesia.

Il “discorso” abita altrove. Ed ha perduto l’incanto.

 

… per dare inizio al nuovo mondo

bisogna col flauto riunire

i  ginocchi nodosi dei giorni.

(Osip Mandel’stam)

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